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L’ economia dell’ Occupazione

Quando prendi dei soldi in mano, qui a Gaza, se osservi con attenzione si può leggere la scritta Bank of Israel.

Quando sei in un negozio,qui a Gaza, sugli scaffali sono pieni di prodotti (80%) con scritto Made in Israel.

Quando sei sul campo di un contadino, qui a Gaza, a ridosso della buffer-zone dove coltivare la terra vuol dire rischiare la vita, sui sacchi del concime o del terriccio c’è scritto Made in Israel.

Allora incominciamo a pensare che più che un embargo economico si puo parlare di neo-colonialismo; che Israele, uno degli stati più teocratico al mondo, sta mantenendo sotto il suo giogo l’economia palestinese e quindi l’intera popolazione che vive nei territori occupati, per arricchirsi. D’ altronde come sempre la guerra fa fare soldi…

Attraverso il Protocollo di Parigi che regola i rapporti economici tra i due stati, concluso nell’aprile 1994, Israele mantiene in uno stato larvale l’economia palestinese per evidenti benefici economici: ha un mercato di consumatori obbligati a usare i propri prodotti, importa a basso costo prodotti utili all’economia interna (acqua, terreni, prodotti agricoli, miniere e cave presenti in Cisgiordania ) e una manodopera a basso costo sempre più crescente e sempre più ricattabile. A livello fiscale, il Protocollo riconosce alle autorità israeliane il potere di raccogliere i proventi delle tasse pagate dalla popolazione palestinese, proventi che in un secondo momento Tel Aviv gira nelle casse di Ramallah (ma anche IVA, tasse doganali, contributi pensionistici dei lavoratori palestinesi ). Anche i farmaci sono un buon mercato su cui fare profitti in un paese che paga sopratutto in salute i costi dell’ occupazione militare.

Che dire quindi, mentre fra un black-out e l’altro (l’unica centrale elettrica è stata bombardata) ci gustiamo un tè con l’acqua presa nella cisterna giù per strada perchè dal rubinetto esce solo quella salata del mare… è un po come in quella storia del fumetto di Dylan Dog, Johnny Freak , dove una famiglia con due figli rinchiude uno dei due in cantina per trasformarlo in un serbatoio di organi per il fratello maggiore. Ma questa volta il protagonista non donerà il suo cuore per salvare il fratello. La resistenza continua e passa anche attraverso il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni che ognuno può portare avanti contro Israele.